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Storie e curiosità

La loudness war: trent'anni di dischi sempre più forti

Per trent'anni ogni disco è dovuto essere più forte del precedente. Nessuno ci ha guadagnato niente, e ci abbiamo rimesso tutti qualcosa.

5 min di lettura Pubblicato il a cura della redazione Sintony

Prendi un disco degli anni Settanta e uno del 2005, mettili uno dopo l'altro senza toccare il volume: il secondo è molto più forte. Non un po': in modo evidente. E se guardi la forma d'onda, il primo ha montagne e valli, il secondo è un rettangolo pieno.

Questa trasformazione ha una storia, una causa e una fine.

Perché è cominciata

Il meccanismo è quello che in economia si chiama corsa agli armamenti: una situazione in cui la mossa conveniente per il singolo è dannosa per tutti se la fanno tutti.

La premessa percettiva è semplice e verificata: a parità di tutto il resto, un suono più forte è percepito come migliore. Più presente, più definito, più «grosso». È un effetto immediato e abbastanza forte da ingannare anche chi lo conosce, motivo per cui in mix i confronti vanno fatti a volume allineato.

Da qui la logica: un disco più forte degli altri, in una radio o in un juke-box, cattura l'attenzione. Quindi conviene alzare. Ma se alzano tutti, il vantaggio relativo scompare e restano solo i costi.

Il costo

Per rendere un brano più forte senza superare il tetto digitale bisogna comprimere: abbassare i picchi per poter alzare tutto il resto. Il risultato è che la differenza fra i momenti forti e quelli deboli si riduce. Nei casi estremi il rullante non ha più colpo, la cassa non spinge, e il brano non ha più nessun punto in cui succede qualcosa.

Le tappe

PeriodoCosa succede
Anni SettantaIl vinile impone limiti fisici: un solco troppo forte fa saltare la puntina. La dinamica è protetta dal supporto.
Anni OttantaArriva il CD, che ha un tetto digitale netto e nessun limite meccanico. Inizialmente si sfrutta la dinamica maggiore.
Anni NovantaCominciano a diffondersi i limitatori digitali. I livelli medi salgono progressivamente.
Primi anni DuemilaIl picco della corsa. Alcuni dischi arrivano a livelli tali da presentare distorsione udibile.
Dal 2010 circaLe piattaforme di streaming introducono la normalizzazione del volume. Il vantaggio competitivo sparisce.

Il caso che ha fatto discutere

Il momento in cui la questione è arrivata al grande pubblico è stato un album metal del 2008, masterizzato a un livello talmente alto da presentare distorsione percepibile. La circostanza che lo rese clamoroso: la versione dello stesso disco realizzata per un videogioco musicale, non sottoposta a quel trattamento, suonava sensibilmente meglio — e migliaia di ascoltatori se ne accorsero e lo dissero.

Fu un caso raro in cui esisteva un confronto diretto, stesso mix, due trattamenti finali diversi. Difficile da liquidare come nostalgia di audiofili.

Come è finita

Non per una presa di coscienza collettiva, ma per un cambiamento tecnico: le piattaforme di streaming hanno cominciato a normalizzare il volume di riproduzione, riportando tutti i brani a un livello di riferimento comune.

Con la normalizzazione, un master consegnato molto più forte viene semplicemente abbassato in riproduzione. Non suona più forte degli altri: suona uguale, ma con la dinamica che è stata schiacciata per arrivare a quel livello. Il premio è sparito, il costo è rimasto.

Il funzionamento pratico, con i numeri, sta in LUFS e loudness per lo streaming.

Cosa abbiamo perso davvero

Vale la pena essere precisi, perché la questione viene spesso raccontata in modo troppo romantico.

  • Non è vero che «prima era tutto meglio». Molta musica compressa è compressa per scelta estetica, e in generi che vivono di energia costante quella scelta è corretta.
  • È vero che si è persa una risorsa espressiva. Il contrasto fra piano e forte è uno dei modi più antichi ed efficaci per costruire emozione, ed è lo stesso principio che regge l'arrangiamento. Un brano senza contrasto non può crescere.
  • È vero che stanca. L'affaticamento da ascolto su materiale iper-compresso è un fenomeno reale, e la causa è l'assenza di variazione.
  • È vero che alcuni dischi sono stati danneggiati in modo permanente nella loro versione più diffusa. Alcuni sono stati poi rimasterizzati, molti no.

Come si riconosce un master iper-compresso

Non servono strumenti di misura per accorgersene: ci sono segni riconoscibili all'ascolto e alla vista.

SegnoCosa senti o vedi
Forma d'onda rettangolareNessuna montagna e nessuna valle: un blocco pieno
La cassa non «buca»Il colpo c'è ma non spinge, perché ogni volta abbassa tutto il resto
Il ritornello non cresceSuona forte quanto la strofa, quindi non arriva
Distorsione sui transientiUn rumore sporco sugli attacchi, soprattutto in cuffia
Stanchezza dopo pochi minutiIl sintomo più affidabile di tutti

Il terzo è quello che conta di più artisticamente: se il ritornello non è più forte della strofa, la compressione ha cancellato il principale strumento narrativo del brano — ed è una perdita che nessun guadagno di volume compensa.

Le cose che la compressione fa bene

Per onestà: la compressione non è il nemico. Fatta con criterio fa tre cose che servono.

  • Rende ascoltabile in condizioni difficili. In macchina, in metropolitana, con il rumore intorno, un brano molto dinamico è inascoltabile: i passaggi piano spariscono. Una parte della compressione nella musica moderna risponde a un cambiamento reale nei luoghi di ascolto.
  • È un effetto in sé. Il suono compresso — la batteria che «respira», il basso che sostiene — è parte del linguaggio di molti generi, non un difetto.
  • Uniforma esecuzioni imperfette. Fa in modo che una voce con dinamica irregolare resti sempre comprensibile.

La distinzione utile non è fra comprimere e non comprimere: è fra comprimere per una ragione musicale e comprimere per essere più forti degli altri. Solo la seconda era la loudness war, ed è quella che è finita.

Cosa cambia per chi fa musica adesso

Per la prima volta da trent'anni, conviene tecnicamente lasciar respirare un brano. Non per ragioni morali: perché il vantaggio di alzare non esiste più e il costo sì.

In pratica, tre indicazioni:

  1. Non alzare per abitudine Alza fino a dove il brano suona bene, poi fermati e misura.
  2. Confronta sempre a volume allineato È l'unico modo per non farsi ingannare dall'effetto del più forte.
  3. Tieni il contrasto Se la strofa e il ritornello hanno lo stesso livello percepito, hai buttato via lo strumento espressivo più efficace che avevi.

Domande frequenti

Cos'è la loudness war?

È la tendenza, sviluppatasi fra gli anni Novanta e i primi Duemila, a masterizzare i dischi a livelli sempre più alti per farli sembrare migliori rispetto agli altri. Poiché per alzare il livello medio bisogna comprimere la dinamica, il risultato è stato una progressiva perdita del contrasto fra momenti forti e deboli.

Perché la musica moderna suona più compressa?

Perché a parità di tutto il resto un suono più forte è percepito come migliore, e questo ha innescato una corsa: ogni disco doveva essere almeno forte quanto gli altri. Con la normalizzazione del volume introdotta dalle piattaforme di streaming quel vantaggio è sparito, e la tendenza si è in larga parte invertita.

La loudness war è finita?

In gran parte sì, e non per una scelta collettiva ma per un cambiamento tecnico: le piattaforme riportano tutti i brani a un livello di riferimento comune, quindi consegnare un master più forte non produce più un ascolto più forte. Restano differenze di livello legate al genere, che però sono scelte estetiche e non gare.

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