È un'esperienza quasi universale: superata una certa età, la musica nuova si ascolta di meno, e quella che si ascolta si sceglie sempre più fra cose che assomigliano a quelle di prima. Non è pigrizia, o non solo. C'è un fenomeno documentato dietro.
Il picco dei ricordi
In psicologia della memoria è noto un effetto chiamato reminiscence bump: chiedendo a persone adulte di ricordare episodi della propria vita, i ricordi non si distribuiscono uniformemente ma si concentrano in modo sproporzionato nel periodo fra i dieci e i trent'anni, con un massimo nell'adolescenza.
Le ipotesi su cui c'è più accordo:
- È il periodo in cui accadono le «prime volte». Gli eventi nuovi si ricordano meglio di quelli ripetuti.
- È il periodo in cui si costruisce l'identità. I ricordi legati alla definizione di chi siamo vengono ripassati più spesso.
- È un periodo di intenso sviluppo cerebrale e sociale.
Questo effetto vale per i ricordi in generale, e la musica ci si aggancia sopra: le canzoni di quel periodo diventano il supporto di una quantità sproporzionata di ricordi autobiografici.
I numeri
L'analisi che ha reso popolare questo discorso è stata condotta su dati di ascolto reali: incrociando quanto un brano viene ascoltato oggi con l'età che avevano gli ascoltatori quando quel brano è uscito, emerge un picco netto nell'adolescenza. Le stime che ne sono derivate indicano intorno ai 13-16 anni per gli uomini e ai 11-14 per le donne l'età in cui esce la musica che si continuerà ad ascoltare di più.
Studi accademici sulla memoria musicale hanno riportato risultati coerenti, con un picco di associazioni autobiografiche per brani corrispondenti a un'età intorno ai quattordici anni.
Non tutti gli studi confermano la versione forte della teoria. Una ricerca pubblicata nel 2021 ha messo in discussione l'idea di un'influenza duratura delle preferenze legate a un'età specifica, sostenendo che le prove a supporto siano più deboli di come vengono presentate.
È il segnale che si tratta di un campo aperto: il picco dei ricordi è ben documentato, la sua traduzione in «i gusti si fissano a quattordici anni e non cambiano più» è una semplificazione contestata.
Le altre cause, meno affascinanti e molto reali
Concentrarsi solo sul cervello adolescente fa perdere di vista tre spiegazioni più prosaiche, che spiegano probabilmente altrettanto:
Il tempo
A quindici anni ascoltare musica è un'attività a sé: ci si siede e si ascolta. A trentacinque, la musica diventa un sottofondo di altre attività. Scoprire richiede attenzione, e l'attenzione è la risorsa che scarseggia.
Il contesto sociale
Nell'adolescenza la musica passa attraverso le persone: scambi, consigli, appartenenza a un gruppo. Da adulti quel circuito si dirada, e restano i sistemi automatici — che, come si è visto in come si scopre musica nuova, propongono cose simili a quelle che già ascolti.
Il costo di entrata
Capire un genere nuovo richiede un investimento: bisogna ascoltare cose che all'inizio non piacciono. A quindici anni quell'investimento si fa volentieri, perché il tempo abbonda e la novità è un valore. Dopo, si tende a preferire il ritorno garantito.
Cosa fare, se non ti va bene
La cosa interessante è che le cause prosaiche sono anche quelle su cui si può intervenire.
- Ridai alla musica un tempo suo Anche mezz'ora a settimana in cui si ascolta e basta, senza fare altro. È la variabile che conta di più.
- Rimetti le persone nel circuito Chiedere consigli a esseri umani, ascoltare quello che mettono gli altri, andare a concerti di cose che non conosci.
- Accetta di non capire subito Vale la regola dei tre ascolti: quello che non ti dice niente al primo colpo merita altri due tentativi.
- Vai indietro invece che avanti Se la musica nuova non ti prende, esplora il passato che non conosci. È «nuovo» per te, e spesso è più facile da avvicinare.
Perché proprio l'adolescenza
Le spiegazioni proposte sono tre, e non sono alternative: probabilmente agiscono insieme.
- La novità. In quegli anni quasi tutto è la prima volta, e gli eventi nuovi si codificano meglio di quelli ripetuti. Un'estate a sedici anni contiene più «prime volte» di un decennio a quaranta.
- L'identità. È il periodo in cui si costruisce l'idea di chi si è, e i ricordi che contribuiscono a quell'idea vengono ripassati molte più volte degli altri. Ripassare consolida.
- Il contesto sociale. La musica, in adolescenza, è quasi sempre condivisa: si ascolta con qualcuno, si scambia, serve ad appartenere a un gruppo. Un ricordo con dentro delle persone è più robusto di uno solitario.
Il terzo punto è quello meno citato e forse il più importante, perché è anche l'unico su cui si può ancora intervenire da adulti: ascoltare insieme ad altri riproduce, almeno in parte, le condizioni in cui la musica si lega alla vita.
Il ruolo dell'ascolto ripetuto
Un fattore che si somma e viene spesso trascurato: a quindici anni si ascoltavano pochi dischi molte volte, oggi si ascoltano molti dischi poche volte.
La familiarità è uno dei predittori più solidi del gradimento musicale: a parità di tutto il resto, tendiamo a preferire ciò che abbiamo già sentito. Ne segue che i dischi della giovinezza non sono più amati soltanto per ragioni biografiche — sono anche quelli che abbiamo ascoltato molte più volte di qualunque cosa venuta dopo.
È una buona notizia, perché indica un rimedio concreto: ascoltare un disco nuovo dieci volte invece di ascoltarne dieci una volta ciascuno. Non è un trucco motivazionale, è la stessa condizione che rendeva speciali quelli di allora.
E se invece va bene così
Una nota, perché il discorso viene spesso fatto con un tono di rimprovero.
Non c'è niente di sbagliato nell'ascoltare per tutta la vita la musica che si è amata a sedici anni. Quelle canzoni non sono soltanto musica: sono il supporto materiale di una parte della propria biografia, e riascoltarle è un modo di tornare in un posto. È esattamente quello che racconta musica e memoria.
Il problema semmai è un altro, ed è pratico: se ascolti solo quaranta canzoni, hai meno materiale da ricombinare — e questo pesa se scrivi musica, come si vede in quando non esce niente.
Domande frequenti
A che età si formano i gusti musicali?
I dati di ascolto indicano un picco fra i 13 e i 16 anni per gli uomini e fra gli 11 e i 14 per le donne, e gli studi sulla memoria musicale riportano un massimo di associazioni autobiografiche intorno ai quattordici anni. Va però detto che la versione forte della teoria — i gusti si fissano e non cambiano più — è contestata da ricerche successive.
Perché non riesco più ad appassionarmi a musica nuova?
Oltre all'effetto legato all'adolescenza, pesano tre cause molto concrete: la musica diventa sottofondo invece che attività, il circuito sociale che portava consigli si dirada, e si tende a evitare l'investimento richiesto per capire qualcosa di nuovo. Sono tutte cause su cui si può intervenire.
È normale ascoltare sempre le stesse canzoni?
È molto comune e non è un difetto: le canzoni di un certo periodo funzionano come supporto di ricordi autobiografici, e riascoltarle è un modo di tornare in un momento della propria vita. L'unico costo reale riguarda chi scrive musica, perché si ricombina ciò che si è ascoltato.
Da dove vengono i numeri
- Jakubowski et al., «A Cross-Sectional Study of Reminiscence Bumps for Music-Related Memories in Adulthood», 2020
- Kopiez et al., «Farewell to Holbrook & Schindler's Song-Specific Age?», 2021 — la posizione critica